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Akshay Joshi, Head of Centre for Cybersecurity del World Economic Forum, ha rilanciato oggi l'allarme su una frammentazione che sta erodendo la capacità difensiva globale. Il 91% delle più grandi organizzazioni ha già modificato la propria strategia di cybersecurity in risposta alla volatilità geopolitica, ma le più piccole sono due volte più propense a segnalare resilienza insufficiente. Il dato più netto: la fiducia nella preparazione nazionale oscilla tra l'84% in Medio Oriente e Nord Africa e il 13% in America Latina e Caraibi. Non è più questione di maturità tecnica: la geopolitica è diventata variabile endogena del threat model.
- Il 91% delle più grandi organizzazioni ha cambiato strategia cybersecurity per la volatilità geopolitica; il 64% fattorizza attacchi geopoliticamente motivati nella mitigazione del rischio
- Le organizzazioni più piccole segnalano resilienza insufficiente con frequenza doppia rispetto alle grandi, e l'85% di quelle con resilienza scarsa soffre carenza di workforce contro il 22% delle altamente resilienti
- La fiducia nella risposta nazionale a incidenti cyber maggiori è distribuita in modo estremamente disomogeneo: 84% Medio Oriente/Nord Africa, 13% America Latina e Caraibi
- L'87% dei rispondenti identifica le vulnerabilità legate all'AI come il rischio cyber in più rapida crescita; il 73% è stato personalmente colpito da frode cyber-enabled nel 2025
La geopolitica entra nel threat model: da contesto esterno a variabile definitoria
Joshi ha formulato la transizione in termini inequivocabili: la geopolitica è diventata "una delle variabili definitorie della cybersecurity", mentre le capacità cyber sono "increasingly part of geopolitical competition itself". Questa reciproca causalità strutturale ha conseguenze operative immediate per i CISO. La frammentazione regolatoria e sovranistica del digital landscape non è più un rumore di fondo da gestire a livello compliance: è un vettore di exposure che determina quali asset sono difendibili, quali partner sono affidabili e quali risposte istituzionali ci si può attendere.
La prova numerica è nel comportamento delle organizzazioni. Quando il 91% delle più grandi ha ridefinito strategia in risposta alla volatilità geopolitica, e il 64% ha incorporato attacchi geopoliticamente motivati nei modelli di rischio, si registra un salto di paradigma. Il threat model tradizionale — perimetro tecnico, severità CVSS, superficie di attacco ransomware — rimane necessario ma diventa insufficiente. La variabile che sposta l'ago della bussola è l'exposure sistemica: dipendenza da infrastrutture critiche nazionali, concentrazione della supply chain in aree a rischio geopolitico, accesso diseguale a intelligence governativa.
Il 'resilience gap' come fallimento di architettura, non di equità
La lettura dominante del divario di resilienza tende a inquadrarlo come problema di giustizia digitale: le grandi hanno risorse, le piccole no. Il dato WEF sposta il focus. Le organizzazioni altamente resilienti stanno costruendo "moat" collaborativi — fossati difensivi condivisi — attraverso intelligence sharing con governo e partner dell'ecosistema. Il 48% dei CEO di queste organizzazioni aumenta la collaborazione con le istituzioni. Le più piccole restano escluse da questi circuiti non per malignità, ma per architettura: i meccanismi di cooperazione pubblico-privato sono dimensionati su attori con capacità di assorbire costi fissi di coordinamento, personale cleared per briefings riservati, strutture legali per NDA governativi.
Il risultato è un effetto network negativo. La vulnerabilità delle PMI diventa vettore di attacco per le grandi aziende nella stessa supply chain. Joshi ha espresso questo meccanismo senza moduli cautelativi: "In an interconnected digital economy, underinvestment in one part of the ecosystem can create risk for everyone". La supply chain non è una catena lineare ma una rete: il nodo debole non espone solo se stesso, ma compromette la validità dei controlli degli altri nodi.
Disuguaglianze regionali: 84% contro 13% e la propagazione del rischio
Il divario regionale nella fiducia sulla preparazione nazionale è il dato più polarizzante del report. L'84% di fiducia in Medio Oriente e Nord Africa contro il 13% in America Latina e Caraibi non riflette solo differenze di spesa militare o di centri operativi CERT. Segnala una frammentazione della governance cyber globale in blocchi capacitivi e blocchi vulnerabili, con conseguenze per le multinazionali che attraversano entrambi con filiali, cloud regioni e fornitori.
Le aree a bassa fiducia istituzionale tendono a sviluppare workaround: dipendenza da vendor globali, esposizione a jurisdizioni con capability offensive, assenza di meccanismi di escalation cross-border. Questi workaround accumulano risk tecnico e legale che si trasferisce attraverso i contratti di service level, le clausole di force majeure e le coperture assicurative. Il CISO che opera globalmente deve ora calcolare la "geopolitical delta" di ogni regione: quanto la mancanza di risposta nazionale aumenta il tempo di contenimento e la probabilità di estorsione secondaria.
"Cyber resilience can no longer be assessed solely through technical vulnerabilities. Leaders must understand geopolitical exposure, critical infrastructure dependencies, supply-chain concentration and national response capacity, particularly as digital infrastructure itself increasingly becomes a strategic target." — Akshay Joshi, Head of Centre for Cybersecurity, World Economic Forum
AI: acceleratore asimmetrico che amplifica le disuguaglianze preesistenti
L'87% dei rispondenti che identifica le vulnerabilità AI come rischio in più rapida crescita non sta segnalando una minaccia astratta. L'AI accelera entrambi i lati del conflitto — offesa e difesa — ma con una asimmetria strutturale. Le capacità difensive AI richiedono competenze rare, dataset di addestramento proprietari e infrastrutture di calcolo concentrate. Le capacità offensive AI sono più facilmente distribuibili attraverso tool automated e servizi accessibili a threat actor con budget limitati.
Joshi ha messo in guardia sul rischio di concentrazione: "If advanced cyber capabilities remain concentrated in organizations and economies that can afford talent, technological progress risks widening rather than reducing existing cyber inequities". L'AI non crea ex nihilo il divario: lo amplifica perché i suoi benefici difensivi richiedono prerequisiti che le organizzazioni con resilienza insufficiente non possiedono. L'85% di queste ultime segnala carenza di workforce contro il 22% delle altamente resilienti: è lo stesso gap che rende l'adozione AI difensiva impraticabile.
Cosa fare adesso
Per i CISO e i board che devono tradurre questi dati in azione, quattro priorità emergono dalla lettura del report WEF:
- Ricalibrare il threat model sulla variabile geopolitica. Introdurre esplicitamente l'exposure geopolitica, la dipendenza da infrastrutture critiche nazionali e la concentrazione supply chain come parametri di primo livello, non come annotazioni di contesto
- Auditare l'accesso a circuiti di intelligence sharing. Verificare quali filiali, fornitori e joint venture rientrano in meccanismi di cooperazione pubblico-privato e quali restano fuori, mappando il rischio di propagazione
- Valutare la resilienza dei partner con la stessa metrica interna. Le organizzazioni altamente resilienti integrano la sicurezza negli acquisti e monitorano l'OT: estendere questa valutazione ai tier-2 e tier-3 della supply chain
- Contrastare la frode cyber-enabled come vector primario. Il 73% dei rispondenti è stato personalmente colpito nel 2025, e i CEO la classificano ora al di sopra del ransomware: il modello di difesa deve riflettere questa prioritarizzazione
La fine del perimetro: verso un risk model distribuito e geopoliticamente ancorato
La lettura più fredda dei dati WEF è che il perimetro difensivo come concetto operativo è in bancarotta. Non esiste più un "dentro" tecnicamente controllabile e un "fuori" geopoliticamente neutro. La resilienza è diventata proprietà emergente di un ecosistema in cui la vulnerabilità altrui è il proprio rischio, e la velocità di adattamento geopolitico è diventata variabile competitiva.
Le organizzazioni che stanno costruendo "moat" collaborativi con governo e intelligence sharing non lo fanno per altruismo istituzionale. Lo fanno perché hanno calcolato che l'alternativa — difendersi individualmente in un ecosistema condiviso — ha expected return negativo. La domanda che il report pone ai decisori non è come ridurre il divario in astratto, ma come gestire il fatto che il divario esiste e genera risk propagabile. La risposta, per ora, è nelle mani di chi ha già cambiato strategia.
Le informazioni sono state verificate sulle fonti citate e aggiornate al momento della pubblicazione.
Fonti
- https://www.helpnetsecurity.com/2026/10/12/akshay-joshi-wef-cyber-resilience-gap/
- https://www.weforum.org/stories/cybersecurity/cybersecurity-and-geopolitics-the-challenges-to-build-resilience-in-a-fragmented-world/
- https://thehackernews.com/2026/10/the-sixth-voice-of-ciso-data-shows.html
- https://www.helpnetsecurity.com/2026/01/13/wef-global-cybersecurity-outlook-2026/
- https://www.helpnetsecurity.com/2026/03/24/ai-agent-identity-security-systems/
- https://www.helpnetsecurity.com/2025/06/26/tim-sattler-jungheinrich-industrial-environments-cybersecurity/
- https://www.helpnetsecurity.com/2026/10/07/software-security-vulnerability-management-survey/
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